Sfugge qualsiasi tentativo di lettura della stagione finora, Eusebio Di Francesco, alla vigilia della partita che vale una stagione, Lecce-Genoa, in una sala stampa in cui i giornalisti hanno compreso come in rare occasioni i giallorossi abbiano retto la pressione quest’anno, ma sapendo che qualsiasi risposta, oggi, a poche ore dalla partita più importante, è solo un modo per ingannare il tempo. La verità si avrà sul campo. Di fronte a un Via del Mare in soldout vero, “di quelli soldout”, come lo definisce in conferenza, e un popolo che per tutta l’annata non ha mai smesso di accompagnare il Lecce.
Il muro giallorosso dei tifosi
Il tecnico giallorosso torna con la memoria alla trasferta di Sassuolo e a quell’immagine che lo ha colpito profondamente: «L’ho chiamato il muro giallorosso». Un riferimento al Borussia Dortmund per raccontare l’impatto del tifo salentino, ancora più vicino, ancora più tangibile. «Sono fondamentali come lo sono sempre stati», dice Di Francesco, sottolineando come la squadra abbia sempre cercato di restituire il massimo ai propri sostenitori.
C’è però una richiesta implicita, quasi un invito a rimandare ogni celebrazione. «Ho visto delle foto in anticipo, io vorrei visualizzare una foto importante a fine gara, non adesso». La fotografia che immagina è quella del legame tra squadra e tifosi, ma soltanto dopo aver giocato l’ultima partita.
“Lavoriamo sulla versione migliore del Lecce”
Sul campo, il concetto chiave è uno: affrontare la pressione senza negarla. «Le insidie sono sempre dietro l’angolo», spiega Di Francesco, ricordando come il finale di stagione abbia dimostrato che nessuna partita possa essere gestita prima del fischio finale. Per questo il focus della settimana è stato sulla “migliore versione del Lecce”, sull’approccio, sull’atteggiamento, sulla fame e sulla capacità di vivere una gara inevitabilmente carica di tensione.
L’allenatore insiste su un tema già affrontato dopo il Sassuolo: condividere paure e timori anziché nasconderli. La partita di domani, ammette, è «la più importante della stagione» e richiede lucidità prima ancora che coraggio.
“Faccio fatica ad astrarmi anche pochi secondi dalla partita di domani”
Quando gli viene chiesto di isolarsi per un momento dall’urgenza del risultato e valutare il percorso della squadra, Di Francesco quasi si rifiuta. «Faccio fatica ad astrarmi dalla partita anche per venti secondi». Rimanda ogni bilancio al dopo gara, rivendicando però un principio: il calcio vive di risultati, per quanto lui stesso abbia spesso combattuto questa lettura troppo schiacciata sull’esito finale.
La sfida con De Rossi
Lecce-Genoa sarà anche la sfida tra due allenatori legati da un rapporto profondo. Di Francesco parla di Daniele De Rossi come di un ex giocatore, punto di riferimento ai tempi della Roma. «È stato sempre un po’ un allenatore in campo», racconta, augurandosi di avergli trasmesso qualcosa sul piano umano e professionale. In cambio, dice, De Rossi gli ha lasciato molto per leadership e personalità. Sul percorso da tecnico, il giudizio è netto: «Sta facendo un ottimo lavoro».
Alla domanda sui rapporti personali tra gli ambienti delle due squadre – da De Rossi a Giacomazzi – la risposta è piuttosto secca: «Sono discorsi che mi danno anche un po’ fastidio». Per Di Francesco non c’entrano i trascorsi né le conoscenze reciproche: conta soltanto la partita. Anzi, scherza sul fatto di aver «rimodellato un po’ tutto» per cercare di sorprendere il Genoa, pur ricordando che ogni gara vive di duelli, strategie e capacità di trasferire le motivazioni dentro il campo.
De Rossi: “Non siamo arbitri di nulla. Lecce e Cremonese si giocano quello che hanno costruito fin qui”
Dall’altra parte, anche De Rossi aveva voluto allontanare qualsiasi lettura personale della partita. «Io non voglio una prestazione per causare la retrocessione o la salvezza di nessuno», aveva spiegato l’allenatore rossoblù, ricordando il legame con alcune persone del Lecce ma ribadendo che il Genoa farà semplicemente «la propria partita». Per il tecnico ligure, le sorti di una stagione si decidono «in 38 giornate, non nell’ultima».
Il nodo Pierotti
Di Francesco prova a immaginare il volto tattico del suo Lecce: non una squadra bloccata dalla paura, ma «affamata». La parola, racconta, l’ha usata lui stesso parlando ai giocatori. Affamati non solo di gol, ma di «azzannare la partita», di portare in campo motivazioni superiori a quelle dell’avversario. L’idea è mantenere lo spirito visto contro il Sassuolo, senza rinunciare agli equilibri costruiti lungo il percorso.
Sul fronte formazione restano alcuni dubbi. Ramadani dovrebbe esserci, mentre Pierotti e Banda restano sotto osservazione, con il primo che preoccupa di più. Ma Di Francesco lascia intendere di avere già pronta una soluzione alternativa: «Non vi dico chi, ma sono già pronto al pensiero». Le ultime valutazioni arriveranno dopo la rifinitura.
Un passaggio significativo è dedicato anche al lavoro con chi gioca meno. Il gol decisivo di Reggio Emilia, nato da uomini entrati a gara in corso, diventa l’esempio perfetto di un concetto caro all’allenatore: «Il lavoro più difficile dell’allenatore non è allenare chi gioca, ma quelli che non giocano». La disponibilità di chi resta ai margini e riesce comunque a farsi trovare pronto è, secondo lui, uno degli elementi che definiscono davvero un gruppo.
Infine, una battuta sul paragone con Zeman, che con una vittoria verrebbe raggiunto nel numero di successi in Serie A sulla panchina del Lecce. Di Francesco sorride, ricorda il legame personale con il suo maestro e riconosce l’influenza avuta sul proprio modo di allenare. Poi, con sincerità, ammette: «Quanto sono stato zemaniano a Lecce? Poco, potremmo esserlo di più». Ma anche qui il pensiero torna subito alla partita: tutto il resto può aspettare.
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