Ezio Candido e il Lecce: storia d’amore e di equilibrio

Un fiume in piena Ezio Candido a Nu pocu e nu pocu numero 90.
Lo storico portiere e poi team manager del Lecce è partito dall’analisi della gestione del calcio attuale, passando per il momento dei giallorossi, per poi abbandonarsi ai ricordi da giocatore e agli aneddoti da dirigente.

Una questione di equilibrio

Ezio Candido nel corso della puntata di Nu pocu e nu pocu

Nel calcio l’equilibrio è tutto, in campo come dietro le scrivanie, afferma.
«Se non c’è equilibrio non si va da nessuna parte. Va bene esultare ed esaltarsi fino alla sera della partita vinta, ma dalla mattina successiva bisogna ricominciare da capo. Lo stesso se si perde: va bene mortificarsi e riflettere, ma poi si deve ripartire».

Il concetto di equilibrio si applica a tutto. «In campo devi stare corto e saper gestire la fase offensiva come quella difensiva, senza sbilanciare i reparti. Lo stesso vale per la gestione amministrativa, e questo concetto Saverio Sticchi Damiani lo conosce benissimo».

D’altronde si chiama “bilancio”, non a caso. Ed è proprio in nome di quell’equilibrio che, secondo Candido, a guidare il calcio italiano dovrebbero esserci persone capaci di tenere la barra dritta, come Giuseppe Marotta, «uno che sa cosa significa programmare».

E il Lecce di Giovanni Semeraro, di cui Ezio è stato team manager? «Rischio calcolato e 114 milioni messi di tasca sua, che hanno creato un movimento calcistico irripetibile». Un equilibrio che si riversa anche sul sistema che tiene in piedi una squadra in Serie A: «Proprietà, presidente, amministratore delegato, direttore e tutti gli altri devono essere un corpo unico e muoversi di conseguenza. Il primo esempio sono i calciatori. Devono avere due–tre punti di riferimento nell’azienda, perché hanno bisogno di parlare, confrontarsi, sapere. Dall’altra parte devono trovare persone che rispondono tutte nella stessa maniera. Se qualcuno risponde in modo diverso, inizia a crearsi confusione. Questo è un principio basilare».

I punti per la salvezza del Lecce

Ezio Candido

Quanti punti potrebbero bastare per salvarsi quest’anno? «Storicamente, solo tre squadre su dodici si sono salvate con 6 punti alla 15ª partita. Quelle tre squadre si sono salvate prendendo allenatori che fanno la guerra, come Nicola, che sa galvanizzare i propri giocatori. Quando noi tentavamo di salvarci nell’epoca di Prandelli, prendevamo Sonetti, un altro che faceva la guerra. Lecce si è innamorata di Mazzone, si è innamorata di Fascetti… Sono allenatori che trasmettono forza ai giocatori, con le buone o con le cattive. Qualcuno ricordava gli aneddoti di Sonetti che prendeva un giocatore e lo appendeva al muro. Allora poteva succedere. Oggi forse queste storie si sentono meno. In definitiva penso che la quota salvezza si possa fissare intorno ai 34–35 punti, magari qualcosa in più».

I soldi della Serie A

Giovanni Semeraro

«Alle big del campionato non serve vincere lo scudetto, ma arrivare tra le prime quattro per la Champions. I soldi della principale competizione europea permettono l’allestimento di squadre decorose. Senza contare che il campionato italiano genera meno soldi di tutti: 950 milioni di euro per 100 squadre. In Inghilterra sono 3,8 miliardi per 40 squadre. Il calcio italiano dovrà essere riformato, altrimenti resteremo sempre di minore importanza».

Più del numero di squadre, è un problema di chi non è stato bravo a vendere i diritti? O dobbiamo nasconderci dietro il solito riferimento alla pirateria? «Al di là della pirateria, i diritti li vendi se hai un prodotto buono. Infatti stava per nascere la Superlega, un’idea di Berlusconi di 35 anni fa, che mi raccontò lui stesso. In Asia il Real Madrid, il Borussia Dortmund o la Juventus interessano. Lecce–Frosinone, con tutta la simpatia, molto meno. Il Milan fa un business enorme perché è vendibilissimo, con giocatori famosi. Oggi interessano il campionato inglese e quello spagnolo. Buoni giocatori italiani vengono comprati dagli altri: Calafiori, per esempio, non è rimasto in Italia. E i fondi vogliono bilancio in pari o società vendibili, non pensano alla tifoseria».

E poi c’è l’idea dell’appartenenza, questa sconosciuta. «Quando ero ragazzo, giocavo in una squadra di dilettanti e avevo l’idea di arrivare nei giovani del Lecce. Oggi non c’è più questa mentalità. Ci sono quasi cento comuni, ognuno con almeno una squadra. I motivi per cui non vengono possono essere tanti, ma se non riprendi questa opportunità è un bel problema. A Vicenza, l’amico Lionello Manfredonia ha fatto un’academy. Se prendi le squadre intorno, queste non sanno se un ragazzo sarà o no un buon giocatore. Lui invece li prende e li specializza».

I fenomeni nascono uno ogni generazione, sostiene a buon ragione Candido, ma «i buoni giocatori, invece, si costruiscono dai 10 ai 13 anni. Questo è un argomento importantissimo. Ed è per questo che, secondo me, a gestire queste questioni bisogna mettere chi ci capisce davvero, come il già citato Marotta. Altrimenti saltiamo anche i prossimi Mondiali e quelli dopo. Diversamente, torniamo a fare il contropiede, che è un nostro marchio di fabbrica».

Anche cambiare le leggi sulla cittadinanza, come hanno fatto più di venti anni fa Germania, Regno Unito e Francia, può essere una soluzione?
«Sulla cittadinanza ben venga una legge specifica, ma in generale dobbiamo sviluppare il più possibile la socialità dei nostri giovani. Perché quando arrivano Palmieri del Sassuolo o Marotta dell’Inter e ce li prendono, noi non facciamo nulla».

Amore oltre il business

Fabrizio Lorieri

«Quello che ha contraddistinto il Lecce, soprattutto sotto la presidenza di Saverio Sticchi Damiani, è la passionalità assoluta nei confronti della squadra, dei giocatori, della città, dei tifosi. Di tutti. Fa un lavoro eccezionale. Però per fare circa 24 mila spettatori fissi devi attirare la provincia. Lecce, come comune, non può esprimere così tanti abbonati. Le regole di marketing insegnano che puoi raggiungere circa il 7–8% della popolazione cittadina».

Lecce ha quasi 90 mila abitanti. «Anche arrivando a 100 mila, parliamo di circa 7 mila spettatori. I numeri veri sono quelli di una provincia che gira intorno a te. Questo è un patrimonio da salvaguardare. Io ho dei dubbi che potrà mai arrivare l’affarista a Lecce. I cosiddetti fondi cercano nomi appetibili da spendere sul mercato».

La peculiarità della piazza leccese

Cristiano Lucarelli

«Quando sono uscito dalla dirigenza del Lecce si cercava disperatamente qualcuno che venisse a comprare la società, nonostante avesse perso 114 milioni. Non dimentichiamo che li aveva messi e persi tutti Giovanni Semeraro per tenere la squadra in piedi».

«Trovare qualcuno con la stessa passione e che volesse fare anche un business collaterale era complicato. All’epoca si fermarono tutte le trattative perché negli accordi volevano lo stadio di proprietà, le licenze per farci un centro commerciale, il cinema. Tutte cose che non venivano concesse, perché le ottave erano contingentate».

Questo è uno dei noccioli della vicenda. «Oggi, rispetto a vent’anni fa, il Salento è forse ancora più conosciuto della Puglia. Però io non so se sperare in questa appetibilità infinita. Sono un vecchio nostalgico. Ho fatto un altro calcio e faccio fatica a riconoscermi in quello di oggi».

Il calcio ai tempi di Ezio Candido

La rosa del Lecce 1996-1997, i “Galacticos” di Ventura

«Ho fatto il calciatore quando si giocava con la maglia obbligatoriamente nei pantaloncini. Le scarpette si portavano da casa. I portieri, come me, paravano senza guanti. Oggi sembra assurdo anche solo dirlo. Sono passato dalla Roma e ho avuto la fortuna di essere allenato da Helenio Herrera. Non condividevo alcune sue pratiche, che fanno parte della storia del calcio e di quell’epoca». 

È complicato raccontarle. «Per esempio, dicevo di no alle sue famose fiale. Anni dopo ho visto morire qualche compagno di squadra, mentre altri hanno preso la SLA. All’epoca non si riusciva a dire di no. Io litigai per questo. Un po’ per la mia gioventù, un po’ per spavalderia. Ma anche perché avevo studiato, mi ero iscritto all’università. Quando la proprietà della Roma mi disse: “Non si sa mai che Herrera abbia lo schiribizzo di farti giocare”, risposi che lo schiribizzo se lo poteva far venire a casa sua, non a casa mia».

L’epilogo: «Il giovedì ero stato convocato per giocare la domenica contro la Juventus. Il sabato mi vidi cancellato. Scoprii poi che Herrera guadagnava il 10% su ogni giocatore che consigliava. Io ero costato 80 milioni, quindi per lui erano 8 milioni. La Roma però gli disse che su di me non li avrebbe presi, perché mi aveva portato un altro mediatore. Da quel momento diventai suo nemico. Era un altro calcio. Un’altra epoca».

La carriera manageriale di Ezio Candido

Il Lecce in amichevole contro il Casarano nell’estate del ’95

«Quando Giovanni Semeraro mi propose il ruolo di team manager, vivevo a Torino ed ero amministratore delegato di una banca d’affari olandese. Lo fece perché ero l’unico ad aver fatto calcio e perché ero cresciuto con lui ai tempi di Teleradio Salento. Mi mandò a studiare alla Juventus. Lì conobbi Moggi, Morini, Boniperti. Erano i tempi di Baggio. Mi insegnarono tantissimo».

Poi arrivò la sentenza Bosman, che cambiò completamente i rapporti di forza tra giocatori e società. «Il giocatore oggi ti dice: “Mi fai un contratto di uno, due o tre anni”, e buonanotte. Noi ci trovammo nel primo periodo della Bosman. Mettere insieme giocatori nuovi, allenatore nuovo, dirigenza nuova e un modo nuovo di interpretare il calcio fu un lavoraccio. Ma credo sia stato fatto bene, visto che in cinque anni raggiungemmo grandi obiettivi».

Gli sforzi del Lecce di oggi e i mugugni

«Spero che questa passionalità rimanga. Nei piccoli centri, e finché non cambia il modello del calcio, è l’unica arma per combattere. Io sono stato contento della nostra permanenza, soprattutto perché in caso di retrocessione il Lecce prenderebbe un paracadute diverso. Non più i 15 milioni dei due anni, ma i 25 dei tre anni. Questo ti permette di respirare, perché in Serie B ti porti dietro gli stipendi della Serie A».

«Ecco perché quando sento mugugnare rimango deluso. Forse non si capisce che il nostro standing è questo. Quando costruisci una squadra devi sempre guardare cosa fanno le ultime 6–7 competitor degli anni precedenti. È lì che ti devi parametrare».

«Quando ci contestavano perché qualcuno sognava la Coppa Uefa, ci guardavamo e dicevamo: “Ma come si può pensare all’Europa se i soldi li mette solo Giovanni Semeraro? Quanti mai ne potrà mettere?”. E infatti, nelle campagne acquisti, perdevamo un sacco di soldi».

La decadenza tecnica del movimento italiano

«Negli ultimi anni abbiamo avuto professori universitari di calcio. Per interpretare la filosofia della società, una specie di 4-3-3, siamo sempre andati verso la costruzione dal basso. Non avendo centrocampisti di qualità, abbiamo costruito sugli esterni. Grandi sgroppate di Gallo, grandi sgroppate di Banda. Dall’altra parte non c’era la stessa forza, ma Pierotti la sua parte la faceva. Non abbiamo un ragionatore. È merce rara. Per capirci, il Milan ha dovuto prendere Modric a quarant’anni. Nella nostra storia ne abbiamo avuti: Ledesma, Hjulmand, Giannini».

L’aneddoto su Giannini

Il “principe” Giuseppe Giannini

«Per portare Beppe Giannini qui dovetti prima andare dal suo procuratore, un romano simpaticissimo. Mi disse: “Se vuoi che venga, devi andare da Moggi”. Presi l’aereo e andai a Torino. Ogni direttore sportivo ha una rete di procuratori. Il referente per Giannini era Moggi. Andai a spiegargli le nostre ragioni».

«Avevamo creato uno stile. Viaggiavamo vestiti tutti uguali, dal trolley in poi. Sembravamo una squadra per bene. Una volta Cyprien scese in tuta invece che in divisa. Si prese 2 milioni di multa. Da quel momento capì».

Gli aneddoti sui “Galacticos”

Ancora i Galacticos

Osservando le maglie esposte in puntata – Conticchio, Cyprien, Lorieri e Maspero – Candido racconta: «Con Lorieri sono molto legato. Ci sentiamo spesso. Cyprien non l’ho più visto. Lo pescai alle 4:30 in discoteca. Gli feci causa. Uscì assolto perché, dissero, non lo aveva visto il dirigente ma un incaricato. Allora capii come funzionava l’associazione calciatori».

«Conticchio lo sento spesso. Stiamo provando a organizzare una reunion dei ‘Galacticos’ di Ventura. Era una famiglia vera. Una notte alle due mi chiamò: ‘Direttore, Cyprien sta massacrando Traversa’. Uscii di casa per separarli». 

«Un’altra volta mi chiamò la moglie di Lucarelli: “Il bambino ha la febbre”. All’una e mezza di notte chiamai un pediatra e lo portai da loro. Queste cose legavano il giocatore».

Alla Juve, invece, Baggio arrivò con un fucile. «Lo diede a Morini e disse: “Sistematelo”. I giocatori dovevano pensare solo al campo».

Il legame con Lorieri

«Con Lorieri ho un legame speciale. Anche perché sono stato io a convincerlo a restare. La prima partita in Serie C a Nola finì 0–0. Campo in terra battuta, docce fredde. Negli spogliatoi mi disse che voleva andarsene. Avevamo costruito uno squadrone per vincere subito. Passai tutto il viaggio di ritorno accanto a lui, a rassicurarlo. Poi fece grandi cose».

Il ricordo di Gatta e Paradiso

«Gatta pensava di fare il furbo in ritiro. La sera voleva scappare. Ma io andavo a dormire dopo le due. Lo tenevo d’occhio. Paradiso invece faceva il brillante con la manicure. Gli diedi un avvertimento. Non capì. Andai dal direttore dell’albergo e feci mandare via la ragazza. I principi venivano prima di tutto».

Il “Fattore Salento”

Wladimiro Falcone incarna quel calcio? «Sì. Qui ha trovato il suo abito su misura. Un giocatore deve stare bene. Se la differenza economica non è enorme, perché andarsene? Qui vivi bene. Il mare, la tranquillità. Lecce e il Salento sono un valore aggiunto, non un minus. Molti stranieri lo hanno capito. E sono rimasti».

La puntata di Nu pocu e nu pocu con Ezio Candido

🎙️ Segui il calcio a Lecce con noi - Nu pocu e nu pocu