Non convince l’esordio dal primo minuto di Ilic contro il Cagliari, addirittura preoccupante quello di Monteiro, elogiato da Di Francesco come il più in forma e atleticamente pronto tra i nuovi arrivati dal mercato. Il Lecce alla sfida dell’equilibrio diventa un tema centrale dopo le prime uscite della stagione. Ma il Lecce, che fino a poco fa è stato un cantiere aperto, non ha completato di sicuro il suo percorso, sebbene il calendario preveda scontri diretti fondamentali nelle prime battute del campionato e il bilancio sia già di una sconfitta e una vittoria, ma con statistiche che fanno riflettere soprattutto nei passi indietro fatti nella fase difensiva.
La premessa economica

Da una parte una squadra che deve trovare una struttura più solida, dall’altra un club che costruisce il mercato dentro margini economici molto più stretti rispetto a buona parte della Serie A. Il Lecce ha investito circa 7,5 milioni nell’ultima sessione, a fronte di circa 3,5 milioni incassati dalle cessioni e al netto delle commissioni agli agenti, che non sono note. Nell’ultimo bilancio disponibile, chiuso a giugno 2025, il club ha registrato un utile netto di 20,1 milioni. La cessione di Krstovic, valutata 25 milioni, è arrivata ad agosto e avrà quindi effetto sui prossimi documenti di bilancio.
Il dato più significativo riguarda però il rapporto tra ricavi e costi. Il Lecce presenta uno squilibrio nell’ordine dei 25 milioni che deve essere compensato dalle plusvalenze, o come l’ha definita Saverio Sticchi Damiani nella conferenza per i 118 anni del Lecce, «la prodezza». Nel bilancio 2025 queste hanno raggiunto 52,5 milioni. Il modello, dunque, richiede una continua capacità di valorizzare e vendere giocatori per sostenere i costi della gestione ordinaria.

Quest’anno la prodezza non c’è stata. Tiago Gabriel, per esempio, è rimasto al club. E questo ha inciso sulla valutazione finale del mercato, svolta da Stefano Trinchera che ha risposto proprio a una nostra sollecitazione sul punto: «Nel tempo abbiamo dimostrato che forse in Italia siamo l’unico modello di società che lavora valorizzando i giovani quasi come forma di autofinanziamento. In questi anni abbiamo sempre realizzato un risultato tecnico e poi quello finanziario, siamo nella condizione di poter trattenere i giocatori migliori, per poi eventualmente vendere quando ci sono le giuste opportunità. Non ritengo che siamo in difficoltà da questo punto di vista, e in questa sessione abbiamo salvaguardato la parte sportiva. In futuro se ci sarà l’opportunità per consolidare la posizione della società, valuteremo».
Tra prodezze e “nonsipuotismo”
È qui che nasce il confronto con le altre squadre. Venezia, Parma, Frosinone e Monza, considerate realtà più vicine al Lecce per dimensione sportiva rispetto alle grandi del campionato, hanno investito complessivamente quasi 123 milioni. E nell’ultimo esercizio soltanto sette società di Serie A su venti hanno chiuso in utile. Alcuni bilanci presentano perdite molto consistenti, come i 105 milioni del Como, mentre anche Parma, Monza, Venezia e Genoa presentano situazioni economiche che meritano attenzione se rapportate ai ricavi prodotti.
Il punto, quindi, va oltre il singolo acquisto o la singola sessione di mercato. Il Lecce costruisce una rosa attraverso un modello fondato sulla valorizzazione dei giocatori e sulle plusvalenze, mentre altre società possono contare su una capacità di spesa sostenuta anche da interventi dei proprietari. È il confronto tra questi due modelli a porre la domanda sulla sostenibilità della competizione.
Il tutto, comunque, sulla scia del contrasto al «nonsipuotismo» citato dal presidente nel documentario diffuso in occasione della salvezza, che a sua volta rappresenta un coltissimo riferimento al filosofo ed economista del Settecento, Antonio Genovesi.
Per il Lecce significa soprattutto una cosa: chiedere qualità alla squadra senza dimenticare i limiti imposti dai conti. Sul campo, il lavoro passa dalla ricerca dell’equilibrio tra difesa, centrocampo e attacco. Fuori dal campo, dalla necessità di mantenere in piedi un modello che non può permettersi di sbagliare troppe volte il mercato. E proprio per questo la partita più importante resta quella di trovare il punto in cui sostenibilità economica e ambizione sportiva possano convivere.
I nodi tattici
Sul piano tattico, il primo problema riguarda la fase difensiva. Il Lecce si abbassa molto, mentre davanti alla difesa manca quel filtro centrale che nella scorsa stagione aveva trovato in Ramadani un interprete naturale. Il centrocampo deve quindi proteggere meglio la linea arretrata, perché correre e coprire campo non coincide necessariamente con recuperare palloni e interrompere le azioni avversarie.

Da qui nasce anche il ragionamento sul centrocampo a tre. La soluzione adottata finora offre presenza centrale, ma impone una scelta sulla distribuzione degli uomini e sulla qualità da portare negli ultimi trenta metri. L’alternativa più discussa è quella di un centrocampo a quattro, con il 4-4-2 come ipotesi più netta e il 4-2-3-1 come possibile variante. Difficilmente Di Francesco farà un intervento sulla disposizione dei tre di centrocampo, come confermato su nostro sollecito nella conferenza di presentazione della trasferta sarda. Ma la qualità e la quantità degli interpreti impone almeno di ragionare un po’.
Il caso Pierotti
Ci torniamo subito, perché in questo quadro entra il caso Pierotti. Il suo impiego da esterno è stato sancito in modo inappellabile dal mister nel prepartita di Roma, perché l’arrivo di Ilic e l’imminente recupero di Berisha chiude di fatto gli spazi. Si apre dunque una riflessione sulla possibilità di sfruttare maggiormente le caratteristiche dell’argentino in una posizione più interna, fino all’ipotesi di utilizzarlo come seconda punta nella visione del fu Gotti.
Il tema, in realtà, riguarda l’intero reparto offensivo: trovare ai giocatori di maggiore qualità una collocazione che consenta loro di giocare più vicini e di aumentare le soluzioni nella metà campo avversaria. L’altra parola chiave è qualità. Ilic ha provato a dettare i tempi della costruzione, ma il Lecce ha pagato diversi errori tecnici.

Con Geubbels già fuori causa – come preventivabile dal suo curriculum – il solo Stulic sembra ancora lontano dalla reattività che tanto è stata apprezzata nella storica vittoria contro il Sassuolo. Paco Esteban è giudicato dal mister in forte crescita, ma deve misurarsi con una Serie A complicata. Abbiamo visto per qualche minuto Monteiro nel ruolo di secondo attaccante, ma in una giornata decisamente negativa per l’ultimo arrivato.
Come puntellare la difesa?
Anche la scelta dei centrali di difesa riflette questo dilemma: Siebert offre maggiore verticalità e qualità con il pallone, Gaspar viene considerato più affidabile nella continuità ed è comunque un leader in campo. La domanda è quanto rischio assumere per aumentare la qualità della prima costruzione. Tiago Gabriel è stato centellinato nelle prime due partite perché era dato per partente. Con la sua permanenza, uno tra i due compagni di reparto menzionati è destinato alla panchina. Da Gabriel però ci si aspetta più concentrazione: il leziosismo con il quale aveva anticipato Felici del Cagliari, facendosi poi rimontare clamorosamente è un manifesto di ciò che non deve accadere.
Il problema diventa ancora più evidente contro squadre capaci di abbassarsi e chiudere gli spazi. Il Lecce deve trovare strumenti per attaccare il blocco basso: maggiore pressione quando l’avversario costruisce, più presenza tra le linee, gioco sugli esterni, occupazione dell’area e maggiore varietà sui calci piazzati. Tutto questo mantenendo una struttura che permetta di difendere meglio quando il pallone viene perso.
Il nodo del centrocampo

Il nodo del tutto torna a essere il centrocampo. Insistere sui due centrali bassi e un play più avanzato è lo schema sul quale Di Francesco ha detto di aver bisogno di insistere, anche per dare certezze alla squadra.
Il primo concetto sul quale insistiamo da tempo è il piazzamento di Coulibaly nel ruolo del rifinitore. Ci ricordiamo sicuramente del gol salvezza contro la Lazio di due anni fa, così come proprio contro il Cagliari il maliano ha avuto molta sfortuna nella sua conclusione. Ma non siamo in presenza di un fromboliere. Che invece offre muscoli e qualità da perfetto interdittore, oltre alla personalità che per il mister ne fa il terzo capitano in campo.
Se il suo ruolo fosse abbassato in interdizione, migliorerebbero senz’altro le prestazioni e diminuirebbero le disattenzioni dei centrali difensivi. Bisogna poi registrare l’effettiva compatibilità con il campionato italiano di Ngom. Le sue prestazioni a partire dallo scorso campionato – quando il suo allenatore dell’Estrela lo “pianse” come il suo Hjulmand – sono andate di volta in volta scadendo. Ma ci sentiremmo comunque di insistere, tenendo conto che in questo caso la primissima scelta coraggiosa potrebbe essere quella di Gorter.
Questa impostazione porta a dover scegliere un solo giocatore tra Ilic, che non ha più di mezz’ora di alta intensità nelle gambe al momento, il rientrante Berisha, la cui tenuta fisica e mentale va registrata, e lo sfortunato Maleh che sembra destinato a non poter mai giocare nel suo ruolo d’elezione. Lasciamo fuori dalla lista un Gandelman perseguitato dalla tendinopatia e dato al momento in uscita. Tolta da lì – almeno per le formazioni di partenza – la concorrenza che sarebbe utilissima di Pierotti, dobbiamo rinunciare davvero a un uomo in più in quel reparto?
Gli esterni alti e bassi
La risposta è amara e si avvale anche della constatazione della qualità intermittente degli esterni sia quelli alti che quelli bassi. Dembele e Laerke non valgono minimamente un Gallo o un Veiga? Di Ndaba non diciamo.

E questo equilibrio va sostenuto, sacrificando ottimi piedi, per dare chance a Monteiro, Fatah, Pierotti e N’Dri? Il campo dovrà dare le risposte e a Di Francesco l’ultima parola.

La fiducia in mister Di Francesco
Dedichiamo un’ultima nota allo staff tecnico. Crediamo innegabile il grande lavoro di tessitura della fase difensiva realizzato anche in partnership con Del Rosso, poi lasciato fuori dall’organico perché non rientrava nel team di Di Francesco, ma era stata una scelta della società. Il suo sostituto, Pinzi, sembra meno a suo agio in questo ruolo, per il momento. Inoltre lo stesso ex, Del Rosso, non ha trovato una collocazione alternativa e resta un po’ ad aleggiare intorno al contesto giallorosso.
Arriveranno punti e approcci migliori a sciogliere ogni ragionevole dubbio?
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