Il Lecce continua a scrivere la storia con la quarta salvezza consecutiva e nel 2026-2027 disputerà la sua quinta stagione di fila in Serie A, il ventunesimo campionato nella massima serie, ventiduesimo se si conta la “prima divisione” come si chiamava anticamente. Record come quelli raggiunti dall’attuale dirigenza, guidata da Saverio Sticchi Damiani non si erano mai visti, come per esempio quello degli abbonati, che la scorsa estate avevano toccato quota 22.179 e che miglioravano il dato dell’anno precedente. Una rosa tra le più giovani del campionato, con un’età media di 25,3 anni e il monte ingaggi e stipendi più basso di tutti, stimato a 21.480.000 euro (era il doppio quello della Cremonese).
Tantissime luci
I giallorossi hanno avuto in rosa quest’anno il marcatore più giovane della sua storia, Francesco Camarda, autore del gol in casa contro il Bologna all’età di 17 anni e 202 giorni.
A proposito di giovani, il bomber Paco Esteban ha vinto la classifica cannonieri della Primavera 1 con 21 reti, di cui 6 rigori. E a proposito di giovani italiani, in un ambiente in cui per coprire le impudicizie si tira ancora fuori la vecchia storia del campionato Primavera vinto dai giallorossi con pochi italiani in campo, al Gran Gala del Calcio Aic dello scorso 4 maggio, oltre al prestigioso premio Adiscop – Calcio e sostenibilità a Sticchi Damiani per la qualità del bilancio, il premio per il Miglior under 19 è andato al capitano giallorosso, Fabiano Pacia.
Il nodo Di Francesco
Chi ci segue da almeno un anno, sa che siamo rimasti piuttosto sconcertati dopo la salvezza con Giampaolo, arrivata per il rotto della cuffia e grazie a due prestazioni maiuscole nelle ultime due gare. Ci si aspettava la costruzione di un nuovo ciclo. Non è successo, non sono andati via i pezzi pregiati e neanche i senatori, e questo secondo la nostra analisi non tanto perché c’è stata un’adesione al progetto e alla maglia, ma perché l’orribile seconda parte della stagione dei giallorossi ha tolto mercato a molti protagonisti. Alcuni di loro, Ramadani su tutti, si sono ampiamente riscattati.
Ma il nodo restava la guida tecnica.
La scelta di Eusebio Di Francesco ci ha lasciati molto, molto perplessi, al punto da cambiare le nostre valutazioni da “scommessa Lecce” ad “azzardo Lecce”. Questo perché il tecnico abruzzese era incappato in cinque stagioni di qualità non encomiabile, le ultime due delle quali terminate con altrettanti suicidi sportivi.
I retroscena davano vicinissimi alla società gli arrivi di Davide Nicola, che sembrava essersi stabilizzato nelle salvezze anche da inizio anno, e il diesse “nostrano”, Francesco “Checco” Palmieri che si è riconfermato ad altissimi livelli con il Sassuolo. Chissà se queste indiscrezioni troveranno mai conferma.
Aggiungiamoci la sanguinosa ma inevitabile cessione di Krstovic ed ecco che la stagione in divenire sembrava già apparecchiata.
La speranza Berisha e la frustrazione Stulic
Al di là di ogni previsione, il cammino della squadra fino a dicembre sembrava lasciare ben sperare, preoccupante scivolone con il Cagliari a parte e distacco dalla Cremonese messo già in conto “altra categoria” come l’anno prima fu per il Como. Il 2 a 0 rimediato allo Zini ci lasciava ben 7 punti sotto i lombardi. Ma c’erano state prima le ottime prestazioni contro Parma e addirittura Fiorentina, che nessuno poteva dare per spacciata.
Iniziava a vedersi un Lecce addirittura godibile a tratti con il prometeo Berisha a prendere sempre più coraggio e leadership in una zona del campo nevralgica e a sopperire alla mollezza di Stulic, «l’unico serbo buono che conosco» a detta di Di Francesco. Dicembre però è stato il mese nero del Lecce plasmato da DiFra, perché il crack del talento albanese ha di fatto cambiato i connotati alla squadra, che ha perso la sua identità. Si spiegano così anche le pressanti richieste dei tifosi per vedere in campo ancora più spesso Youssef Maleh, che invece ha perso le speranze di titolarità prima con le discutibili rotazioni a centrocampo e infine con il mercato invernale.
Da qui la conferenza stampa di Pantaleo Corvino durante la quale abbiamo espresso la frustrazione di dover raccontare le imprese di una squadra che non ingranava, nonostante l’importante investimento sul mercato, il più pesante degli ultimi 4 anni, con il quale si erano portati nel Salento il già citato Stulic, Siebert e via via tutti gli altri, per un totale di 21, 56 milioni. Non si può neanche dire che la società i soldi non li abbia investiti.
Di Francesco in mezzo alla tempesta
Dopo un dicembre allarmante sono arrivate per il Lecce il suicidio contro il Parma e poi la reazione, quelle due vittorie consecutive contro Udinese e Cagliari che hanno ricompattato il campionato, evitando che le squadre coinvolte nella salvezza prendessero il largo sulle ultime tre. Possiamo dire che quei sei punti hanno “giustificato” quattro sconfitte di fila contro squadre fuori portata.
Ma succedeva che mancava il colpaccio contro le big che riusciva anche a chi stava peggio del Lecce in classifica. Una prestazione maiuscola non è mai arrivata, con una squadra il cui gioco e le cui soluzioni si appiattivano su tre assi: il divieto di provare comode soluzioni a due punte – che il tecnico ha definito “l’ossessione dei leccesi” – la scarsa possibilità di scelta a disposizione dell’allenatore, il relativo scarso minutaggio di chi avrebbe potuto anche essere un asso della manica, e qui il nome sulla bocca di tutti è quello di Sala.
A questo dobbiamo anche aggiungere quella che da fuori è sembrata una scarsa attitudine a cercare di spostare in proprio favore l’inerzia della partita nel caso qualcosa fosse andato storto. E nel caso del Lecce qualcosa andava storto spesso.
Soltanto con il Bologna si era rimediato a una situazione di svantaggio ottenendo punti, prima dell’importantissimo filone che dalla Fiorentina ha portato poi al Sassuolo. Ultimo blocco di partite che è sembrato segnare anche una svolta nell’inerzia del club, sembrando risolvere le lacune rimaste a una squadra che DiFra sembra aver plasmato anche nei fondamentali.
L’unico rammarico è che oltre a infortuni infiniti patiti nel corso della stagione, l’ultimo scorcio abbia lasciato tutti in apnea perché al minimo acciacco dei titolari si poteva già parlare di squadra in emergenza. Il campionato, per dirla con un po’ d’ironia, è finito prima della consunzione fisica dei titolarissimi.
I conti si fanno alla fine

«I conti si fanno alla fine!» sbottava il direttore Corvino alla conferenza di fine mercato invernale. E gli faceva eco Sticchi Damiani, dal suo punto di vista nella successiva partita in casa. Ma lo dicevano, con il loro ulteriore punto di vista anche gli ultras, con uno striscione che è ormai da annali nella storia del tifo giallorosso.
Nel miracolo Lecce 2025-2026 hanno avuto ragione tutti: i tifosi, in primis, perché hanno visto tante partite in cui la squadra ha sudato la maglia, pur mostrando tutti i propri limiti.
Ha avuto ragione il presidente, alla guida del miracolo sportivo. Ma ha avuto ragione anche Corvino, perché quando servivano, i gol sono arrivati e l’obiettivo della salvezza è stato centrato anche con un bottino di punti niente male.
Quindi è tutto ok?
La vittoria con il Sassuolo ha restituito ai tifosi qualcosa che mancava, riconciliandoli con la dimensione epica dell’impresa. Questa squadra è capace, può ottenere quello che vuole, e può farlo passando dai piedi dei protagonisti più discussi, il cui impegno l’hanno visto tutti.
È quello che mancava a una stagione in cui si rischiava di scivolare in Serie B con una lunga serie di sconfitte di misura in cui sembrava che i punti potessero essere a portata di mano, anche con le big, senza poi esserlo per davvero, magari perché non si è tentato mai neanche un tiro in porta.
Non si può dire che le scelte di mercato siano state disastrose, ma neanche che abbiano portato tutto ciò che gli si chiedeva. Non solo, ma a un certo punto è stato chiaro che Gallo e Veiga non potevano essere sostituiti se non al prezzo di cambi di modulo e di equilibri rischiosissimi per lo stato della squadra. A parte lo scorcio fino a dicembre e quelle due vittorie contro Cagliari e Udinese, questo Lecce non è mai stato nelle condizioni di pensare a una salvezza serena, ma ha sempre avuto il coccodrillo della retrocessione sulle spalle.
Ci è stato trasmesso il concetto che più di così non poteva essere.
Il concetto è: non “più”, ma “meglio” si potrebbe fare?
Di Francesco e la programmazione
Più volte durante l’anno il presidente Sticchi Damiani ha tributato attenzione e stima nei confronti di un allenatore che a suo modo di vedere rappresenta i valori e gli ideali del club, oltre al fatto che una continua rivoluzione della guida tecnica non fa bene allo sviluppo del progetto. E con la tranquillità che la salvezza fa scattare il rinnovo automatico.
C’è però un nodo ostativo al fluire delle cose: Di Francesco ha parlato di necessità di «vedere la programmazione». Una sentenza tecnica e sibillina che immagino si riferisca a una serie di cose che farebbero davvero bene al progetto tecnico del club: una revisione dei ruoli di gestione e tecnici, accompagnata da una sua auspicabile maggiore presenza nelle decisioni sul mercato. Addirittura, azzardiamo (dato che di azzardo abbiamo sempre parlato), la possibilità di uno stabile cambio di modulo. Tutte cose alle quali con onestà, e avendo sempre ragione alla fine, il direttore Corvino non è stato mai troppo accondiscendente. Ma una stagione di questo livello potrebbe aver ispirato dei suggerimenti a colui che ha impresso un segno indelebile nella storia trentennale del club e che ha davvero raggiunto l’immortalità e l’imperitura gratitudine dei salentini?
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