Dal pallone sul terrazzo alle trattative in TV: Lecce nel cuore di Gianluca Di Marzio

Nei primi minuti della nostra intervista, andati persi sul piano audiovideo, ma ben fermi nella testa di chi scrive, Gianluca Di Marzio ci parla dell’infanzia a Lecce, perché nel biennio 1980-1982 suo padre, Gianni, era l’allenatore del Lecce. In quel periodo Gianluca aveva dai sei agli otto anni. Ricorda le elementari all’istituto delle suore “Marcelline”, poi il grande terrazzo del condominio dove abitava con la famiglia, sul quale giocava a pallone con gli altri bambini. Non ricorda la zona e non ricorda bene tutti i compagni, ma di recente è stato inserito nel gruppo WhatsApp della sua classe e partecipa quando può.
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L’infanzia a Lecce

Di Marzio conferma di aver ricevuto il podcast che abbiamo prodotto, dal titolo “Ci nu zumpa!”, che racconta della formazione del tifo organizzato a Lecce dalle parole di Pinuccio Milli, il quale ha omaggiato Gianni Di Marzio per l’idea di occupare una curva perché sarebbe stata più pittoresca: “È lì che devono concentrarsi gli ultras!”. E così fecero, scegliendo la Curva Nord del Via del Mare in modo da essere parzialmente protetti dall’immancabile tramontana.

Ricorda ancora della morte di due bandiere giallorosse in un tragico incidente, Lorusso e Pezzella. E ricorda della capacità del padre di farsi benvolere da tutti: dirigenti, giornalisti e soprattutto tifosi. “Era un uomo del popolo – mi ha detto Gianluca – al punto da aver allenato anche squadre rivali tra loro nel corso della sua carriere, ma di essere riuscito a non farsi odiare per questo”.

Il calcio nel destino di Gianluca Di Marzio

Dismessi i panni dell’allenatore, Gianni Di Marzio è stato anche un apprezzato dirigente. La registrazione dell’intervista comincia quando gli chiedo se il fatto che suo padre fosse diventato dirigente, quindi abituato a trattare con i calciatori, abbia influito sulla sua carriera di giornalista esperto di calciomercato.

Lui risponde: sì e no. Sicuramente ha visto dall’interno certi meccanismi, ma la sua strada è stata personale. Ha provato a giocare a calcio, ma i suoi piedi non erano d’accordo, così ha seguito un altro lato della sua personalità, anche grazie all’indole istrionica del padre. Racconta di aver condotto già da studente feste di fine anno con il microfono in mano, di sentirsi portato a comunicare e di aver ereditato quella capacità di stare in mezzo alla gente.

Alla domanda su quando abbia capito che la carriera stava decollando, racconta: a 18 anni scriveva per un giornalino, poi lavorava in una piccola emittente, quindi in una televisione privata più grande a Padova, dove si era trasferito per studiare. Dopo Lecce alle elementari e gli anni a Catania, con il padre allenatore, si era stabilito a Padova per l’università e lì aveva iniziato come giornalista. In una TV locale faceva di tutto: conduceva programmi, telecronache, servizi. A 20 anni già si sentiva a suo agio, poi comincia a collaborare come corrispondente con Tele+ e Mediaset, seguendo le squadre venete. Nel 2004, a 30 anni, arriva la chiamata di Sky e si trasferisce a Milano: dopo dieci anni di gavetta era pronto e non aveva paura del puntino rosso sulla telecamera.

L’arte di raccontare il calciomercato

La conversazione si sposta inevitabilmente sul calciomercato, materia della quale Di Marzio è apprezzato e autorevole cultore. Alla domanda sulle soddisfazioni maggiori, dice che non è lo scoop a contare, ma la fiducia e la fedeltà del pubblico. In un mondo dove tutti oggi scrivono di mercato, anche dietro nickname anonimi, lui preferisce aspettare prima di uscire con una notizia, ma quando dice che c’è una trattativa, quella trattativa c’è davvero, anche se non sempre si conclude.

Spiega che il calciomercato si basa sui contatti, ma soprattutto sulla fiducia: bisogna rispettare la parola data a chi ti confida una notizia. Non si deve bruciare un rapporto per uno scoop. Quando capita un errore, chiede scusa: può succedere che una trattativa sembri chiusa e poi salti all’ultimo per un imprevisto. Il lessico va usato con precisione: idea, sondaggio, contatto, trattativa, visite mediche, contratti, scambio dei documenti. Non bisogna dire “è fatta” se non lo è.

Racconta anche episodi incredibili: giocatori che cambiano idea il giorno della firma, altri dirottati in aeroporto da un club all’altro, o persino qualcuno che, dopo un “sogno premonitore”, ha deciso di non firmare più.

Idee per evitare il declino del calcio italiano

Poi parliamo del declino del calcio italiano. Dice che i bambini giocano ancora, magari meno per strada, ma molto negli oratori o nelle associazioni sportive. I costi delle scuole calcio non sono più alti di altri sport, anzi spesso inferiori a tennis o nuoto. Il problema è che ci sono pochi italiani convocabili, perché in Serie A giocano troppi stranieri. Forse servirebbe una regola che obblighi le squadre a schierare un numero minimo di italiani.

Sul tema delle riforme economiche, come un salary cap, sottolinea che il modello NBA è affascinante ma difficilmente esportabile in Europa, dove i grandi club non accetterebbero vincoli comuni.

Le lodi a Corvino e il miracolo Lecce

A Lecce, invece, riconosce che Pantaleo Corvino è uno dei pochi direttori sportivi capaci di trasformare piccoli investimenti in grandi plusvalenze. Un lavoro che garantisce bilanci sani e indipendenza, anche se costringe i tifosi a soffrire e a vedere i giocatori migliori venduti. Ma, dice, mantenere la Serie A per il Lecce è già uno scudetto, soprattutto rispetto a club che spendono molto di più.

Infine, sulla nuova stagione, spiega che fare pronostici è sempre rischioso: l’anno scorso nessuno avrebbe detto che l’Inter sarebbe arrivata in finale di Champions. Quest’anno il Napoli sembra la squadra italiana più competitiva in Europa, avendo mantenuto l’ossatura dello scudetto, “ma la Champions è piena di squadroni e servono mentalità e continuità”. Non crede che le italiane possano arrivare fino in fondo, ma il Napoli potrà dire la sua.

In conclusione ringrazia per l’affetto ricevuto sempre dai leccesi, sia per i ricordi legati al padre sia per il suo lavoro. Parla con entusiasmo del Salento: mare, cibo, ospitalità e bellezze naturali che apprezza ogni volta di più. E – aggiungiamo – chissà che non venga fuori prima o poi qualche altro “Francesco Moriero”.

L’audio intervista a Gianluca Di Marzio

La puntata numero 80 di Nu pocu e nu pocu

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