Una delle voci più riconosciute di Radio Rai, Riccardo Cucchi ha raccontato il calcio agli italiani per ben trentacinque anni. Con uno stile elegante e garbato, il giornalista sportivo romano ha condotto tantissime radiocronache per Tutto il calcio minuto per minuto, la storica trasmissione di RadioRai Uno, tenendo attaccati agli apparecchi tutti gli appassionati. E sembra passato un secolo da quelle domeniche in cui si giocava tutti contemporaneamente alle 14.30. Per i più giovani sembra una narrazione d’altri tempi, quasi commovente, quello delle partite in simultanea e che sembra disegnare un mondo sportivo e calcistico decisamente diverso dal “calcio spezzatino” di oggi, dove si comincia a giocare il venerdì e si finisce il lunedì sera con gli intramezzi infrasettimanali delle coppe. Con Curiocity Lecce abbiamo la possibilità di leggere il pensiero di Riccardo Cucchi sul mondo del calcio moderno italiano.

Cucchi, siamo quasi arrivati alla fine del girone d’andata di questa stagione. Lei che ha commentato diverse stagioni come vede l’allontanamento dal “tutti in campo alle 14:30”?
È un processo irreversibile. L’avvento della televisione ha comportato l’inevitabile “spezzatino”. Si gioca su 4 giorni e in orari diversi per consentire agli abbonati di vedere tutte le partite. La contemporaneità obbligherebbe gli appassionati a fare una scelta e a vederne solo una. Rimane il piacevole ricordo di domeniche indimenticabili nelle quali intorno alla radio, unica fonte di racconto, si radunavano fino a 25 milioni di italiani. È un record difficilmente raggiungibile oggi dalla tv.
Lei è stato protagonista della storica trasmissione RadioRai assieme a grandi mestri, tra gli altri, a Bortoluzzi, Ameri e Ciotti. Che ricordi ha di questi colleghi? È legato a qualcuno?
Sono stati maestri straordinari, “maestri della parola” come mi piace definirli. Ameri travolgente e dal ritmo vorticoso, Ciotti sapiente nella scelta delle parole e profondo conoscitore del calcio, da ex giocatore. Il radiocronista perfetto – che deve ancora nascere – dovrebbe essere la sintesi dei loro stili così diversi.
Prima la radio era l’unico mezzo di veicolazione del calcio, ora invece la fruizione è prettamente per immagini, tralasciando la polemica sulle pay tv: come sono cambiate le radiocronache? Teme un’eccessiva “spettacolarizzazione” delle stesse o non crede ci sia un rischio del genere?
Un elemento di spettacolarizzazione c’è. È indiscutibile. Ma ogni era ha i suoi “narratori”, ogni epoca ha il suo stile. Personalmente sono nato alla radio con Ameri e Ciotti, quando in tv c’erano Martellini e Pizzul. Oggi i giovani colleghi sembrano più attratti da uno stile sudamericano fatto di enfasi, grida e frasi costruite. Ci siamo allontanati dal racconto appassionato ma sobrio, lessicalmente ricco della nostra tradizione. L’unico consiglio, non richiesto, che mi sento di dare ai colleghi oggi al lavoro è quello di non mettersi al microfono con l’intento di insegnare calcio a chi segue le partite. È un grande errore.
Le società calcistiche, oggi, sono di proprietà di fondi stranieri. Sembra passato un secolo dai vecchi presidenti appassionati ed economicamente generosi alla “Moratti, Berlusconi, Zamparini, Cecchi Gori. Anche questo fa parte del “calcio moderno”. Quale futuro ci aspetta?
I padroni del calcio, oggi, sono i fondi di investimento e gli sceicchi. Mettono tanti soldi ma sono più attratti dal “business” che dalla bellezza e dalla storia del gioco del calcio, che forse neanche conoscono. Il rischio è quello di portare il calcio lontano dal suo ambito sportivo tentando di trasformarlo in spettacolo e intrattenimento. Cioè, in un’altra cosa. Il calcio ha sempre avuto bisogno anche di soldi. Ma oggi sembra che voglia solo quelli.
Lei ha dichiarato la sua fede laziale al termine della sua ultima radiocronaca. A quale evento è legato il suo primo ricordo della Lazio?
Sono laziale da sempre, da quando – bambino – mi sono innamorato di questo gioco. Sono stato un ragazzo di curva, ho invaso il campo di gioco per una promozione in A, ho seguito la squadra in trasferte snervanti a bordo di torpedoni scassati. La Lazio della mia gioventù non era forte. Ma aveva giocatori di grande cuore. Uno dei miei preferiti era Mimmo Renna che voi a Lecce conoscete bene. All’Olimpico segnò un gol contro la grande Inter di Helenio Herrera. Una rete indimenticabile in una gara che poi finì in parità. Lo ricordo con grande affetto.
