Intervista a Leonardo Vicari, autore di “53′ Ndoye. Bologna, una coppa e una promessa”. Per un calcio romantico

“Un conduttore radiofonico fissato con la Coppa Italia. Una squadra che da 25 anni esce quasi sempre al primo turno. Delusioni, smacchi, paradossi, fino a un giuramento velleitario: se il Bologna mai arriverà in finale, lui nemmeno la guarderà. Sarebbe già soddisfatto così. Tanto, figurati se succede… Succede. Il racconto incalzante di una serata leggendaria vissuta a spasso per la città: mai così ebbra eppure deserta, silente, altrove. E storie, aneddoti, retroscena, condivisioni di un lungo percorso passionale, calcistico e umano”. Questa è la sinossi del volume di Leonardo Vicari, l’autore di “53′ Ndoye. Bologna, una coppa e una promessa”, Minerva editore, uscito nel novembre 2025.

In un tempo in cui le emozioni vengono “bruciate” con grandissima rapidità, il “romanticismo” dura giusto il tempo di un reel sui social, il giornalista di Radio Nettuno Bologna Uno racconta come la sua squadra del cuore è arrivata a vincere la Coppa Italia, all’Olimpico, contro la Lazio . E perché lui non ha visto la finale. 

Dopo averlo sentito parlare del suo libro nella storica trasmissione di Rai Radio 1 “Zona Cesarini”, oggi abbiamo voluto rivolgergli delle domande.

Una finale vissuta… in modo curioso

“Volevo così tanto una finale di Coppa Italia del Bologna, da giurare che non l’avrei vista. In fondo quando mai sarebbe successo?” hai scritto. Ci racconti come hai vissuto quella finale? 

A spasso, da solo. In una Bologna vuota, zitta, assurda. Ho seguito la radiocronaca tramite l’app di Nettuno Bologna Uno, e ho esultato al gol sotto ad un lunghissimo portico buio e deserto, per poi recarmi in piazza praticamente per primo, attendere che si riempisse, e finalmente rincasare. Ammetto: è stata molto più dura l’attesa rispetto ai 90’ stessi.

Ci vuoi raccontare com’è nata l’idea di questo tuo libro? 

L’editore di Minerva, Roberto Mugavero, mi contatta a settembre dopo aver sentito la mia storia, quella di un giornalista fissato fino all’ossessione per la Coppa Italia in quanto a viatico per un ritorno alla gioia e all’Europa, che aveva rinunciato a vedere la gara che aspettava da così tanto. Mi chiede se mi interessa farne un libro o, eventualmente, un racconto breve per un’antologia. Lo realizzo la sera stessa, è 32 pagine. L’editore mi sprona ad arrivare a 100, così da poterne pubblicare un’opera indipendente, io sono titubante ma il pomeriggio stesso un amico mostra il suo nuovo tatuaggio sui social: il titolo che avrei dato al mio scritto. Era la scintilla che mancava, in pochi giorni ho buttato fuori tutto: la storia delle eliminazioni più improbabili, aneddoti sulle ultime stagioni, ricordi che si intrecciano con la mia vita personale. E, infine, la finale vissuta in maniera così singolare.

Un Bologna spettacolare

Il gol di Ndoye al 53’minuto, come dice il titolo del tuo libro, regala agli emiliani la loro terza Coppa Italia, 51 anni dopo la vittoria della seconda. È, inoltre, il primo titolo vinto da Vincenzo Italiano da allenatore. Dopo gli ottimi risultati di Thiago Motta, e la storica qualificazione per la Champions League a 60 anni dall’ultima volta, qualcuno avrebbe scommesso sugli ulteriori passi in avanti fatti da Italiano, sino ad ora? 

Ritengo che il Bologna e l’allenatore precedente si fossero dati tutto, ed il calcio è un vortice che raramente premia le insistenze, le forzature, le ennesime possibilità. La separazione era inevitabile, ciò che sarebbe stato decisamente rivedibile è il modo in cui il tecnico ha gestito il lungo estenuante addio. Credo che tra qualche anno agirebbe mediaticamente in maniera differente, anche questo fa parte dell’esperienza che si matura e che poco ha a che fare con la bravura in panchina. In Italiano era giusto puntare per la gavetta che ha completato, lo status raggiunto, e le motivazioni enormi che lo portavano a Bologna: vincere. Non è giunto qui con la convinzione di tutta la piazza, ma in pochi mesi se l’è conquistata con lavoro ed empatia. È stato molto bravo.  

Con la presidenza di Joey Saputo, c’è una dirigenza che dimostra di essere solida e ben organizzata. Un Bologna capace di scommettere sulla propria crescita, anche con l’arrivo di Giovanni Sartori, ex dirigente di Atalanta e Chievo. L’amministratore delegato Claudio Fenucci ha, poi, un passato giallorosso essendo stato dal A.D. del Lecce dal 1996 al 2011. Che ci dici a riguardo? 

Con l’arrivo di Sartori il Bologna non ha solo dichiarato di cambiare marcia, ma lo ha fatto davvero. In quella conferenza stampa di presentazione, di cui accenno in 53’ NDOYE, abbiamo respirato un’aria diversa: ambizione, obiettivi, e per la prima volta fretta. Saputo e Fenucci hanno impiegato qualche anno a farsi amare, c’è stata distanza tra il Bologna e una parte della tifoseria all’inizio, come mancasse un codice di comunicazione condiviso. Come ci si studiasse a vicenda, ma si arrivasse al “6 politico”. Sì, come dire: ci sopportiamo ma non ci capiamo. Poi il Presidente ha deciso con amore e coraggio di venire a stare qua, l’ad si è “sbottonato” dal solo ruolo formale ed è entrato a far parte del tessuto sociale cittadino, e Marco Di Vaio ha dimostrato di essere un ds di assoluto livello. Tutto un altro mondo. 

Il filo rosso con il Lecce

Sono un tifoso nostalgico, mi piace spesso ricordare giocatori del passato che hanno dato un segno al nostro campionato. In questa nostra chiacchierata non posso che ricordare un grande giocatore che ha vestito felicemente entrambe le maglie, facendosi sempre apprezzare per la serietà, l’impegno e la correttezza. Parlo di Klas Inge Ingesson.

Sarò sintetico: raramente ho percepito un così forte legame simbiotico tra un giocatore e una tifoseria che si sono vissuti per soli due anni, il secondo peraltro nemmeno particolarmente esaltante da un punto di vista dei risultati. Un attaccamento assoluto, ed eterno.

“Nu pocu e nu pocu” è un podcast che parla del Lecce Calcio, di passioni, salentinità e divertimento intorno a un pallone. Un podcast metasportivo ideato da Andrea Aufieri che in questa stagione sportiva raggiungerà il traguardo delle 100 puntate. Un saluto ai nostri ascoltatori, appassionati e ai tifosi giallorossi. 

L’anno scorso ho sperato tanto che il Lecce si salvasse, a parte che ero uno dei pochi a credere nello sfortunato Karlsson e voglio calcisticamente bene a Sansone. Sono certo che il calcio debba appartenere a tutti coloro che lo meritano, quindi anche e soprattutto alle cosiddette “provinciali” che con seguito, impegno, storia, imprese rendono questo sport ancora incantevole. Un saluto a tutti e grazie della considerazione!