Come se la passa il Lecce dopo una serie di eventi difficilissimi per chiunque all’inizio di questa stagione? Una fase di assestamento per l’uscita di Pantaleo Corvino e i cambiamenti che hanno interessato la struttura societaria dopo l’addio di Sandro Mencucci.
Uno sguardo sulla gestione societaria e sulle questioni di campo, approfittando della pausa del campionato.
Il soldato Trinchera promosso capitano

Nel presentare il nuovo ruolo del diesse Stefano Trinchera, il presidente Saverio Sticchi Damiani rivendicava una continuità nella propria esperienza alla guida del club, ricordando di aver già affrontato la risalita dalla Serie B alla Serie A e una stagione nella massima categoria conclusa con 36 punti anche senza la struttura societaria che ha poi costruito i record storici ottenuti finora.
La scelta di Stefano Trinchera come direttore sportivo è maturata in tempi stretti, dopo che la decisione di separarsi da Corvino era stata comunicata al presidente subito dopo la conclusione del campionato. Tra le diverse possibilità prese in considerazione, Trinchera è stato scelto sulla base della conoscenza maturata negli anni e di un rapporto di fiducia che, secondo il presidente, si è consolidato ulteriormente durante il primo mercato condotto insieme. Il lavoro estivo ha richiesto anche una consistente attività sulle uscite: oltre agli acquisti ritenuti necessari, il club ha dovuto gestire numerose operazioni in uscita legate alla costellazione di contratti presenti in rosa e lasciati in eredità da Corvino.
Il nuovo assetto ha riguardato anche il rapporto quotidiano tra presidente e direttore sportivo. Con il passaggio da un direttore generale a un nuovo responsabile dell’area sportiva, la quotidianità del lavoro societario è cambiata e il presidente considera significativo il feeling instaurato con Trinchera, perché è facile immaginare quanto il rapporto con Corvino fosse per forza di cose impegnativo.
Il trauma Mencucci e la futura governance societaria

Ancora più complesso il passaggio legato all’uscita dell’amministratore delegato Mencucci, la cui tempistica non può essere considerata pacifica e indolore. Su questo punto la società si è espressa sostanzialmente con alcuni comunicati asettici, annunciando una redistribuzione interna delle cariche: una situazione che è da considerare per forza di cose transitoria e sulla quale si può prevedere un nuovo assetto.
Nuovo assetto sul quale si vanno a innestare le fin troppe voci circa l’entrata e l’uscita di nuovi soci, che però possono aprire a diversi scenari, ma soltanto a un esito: il mantenimento di Sticchi Damiani nel ruolo apicale.
Ancora sulla speculazione riguardante l’uscita di Mencucci, la sua tempistica sembra dare una risposta: dev’esserci stata una frattura sulla gestione del mercato estivo. Che questa sia avvenuta per le cifre o per la qualità tecnica dei calciatori arrivati durante la sessione estiva, questo non è dato sapere. Il primo mese di campionato, però, ha restituito un tasso tecnico oggettivamente superiore rispetto agli ingressi della scorsa stagione, stanti anche le permanenze a di poco vitali di Falcone e Tiago Gabriel.
Si può opinare che Geubbels si sia rotto subito, come la storia clinica faceva presagire, e che bisogna vedere se Ilic può crescere ancora o se va salvaguardato nella sua crescita atletica e di approccio. E Monteiro, il terzo degli acquisti voluti e valutati insieme al mister Di Francesco, non ha avuto un impatto particolarmente felice sul campionato.
Ma bastavano considerazioni di questo tipo a provocare la fuoriuscita dell’ex ad? Forse risponderà il tempo.
Quello che è interessante ora è comprendere la prossima revisione della governance societaria, con distribuzioni di deleghe più articolate e chissà se ci sarà spazio per altro.
Il fattore campo
Sul piano tecnico, più volte il mister e il presidente hanno ribadito una stima reciproca. Ma a incrinare un rapporto delicato può pervenire non tanto l’assenza di vittorie, quanto l’approccio alle gare.
Anche dello stesso mister, che oltre ad aver lasciato intendere un po’ di delusione sul mercato in entrata e in uscita – anche se con estremo garbo – ha poi avuto altre uscite meno positive, come l’espressione post Cagliari in cui ha detto che avrebbe cambiato tutti, «anche il mister».
E soprattutto, in un’epoca in cui si guarda un po’ troppo alle immagini, vederlo sconsolato appoggiarsi agli spalti quando la partita con il Milan era ancora di là da finire, sebbene fosse abbondantemente chiusa, non deve aver fatto troppo piacere a una dirigenza sanguigna il giusto e comunica anche un feeling non così scontato con il gruppo-squadra.
Problemi di approccio
Sei punti finora sono stati un bottino molto importante. Le statistiche possono essere molto positive, ma solo a guardare da lontano. Però devono incoraggiare a fare bene e di più, soprattutto in questo girone di andata, perché il prossimo è organizzato in maniera proibitiva e dovrebbe essere affrontato da un Lecce come minimo coriaceo.
Certo, proprio la prima partita dopo la ripresa sarà contro un Bologna sul quale il nuovo allenatore Palladino avrà avuto modo di lavorare parecchio, puntando molto sulla voglia di rivalsa di una squadra che ha già buttato alle ortiche il suo progetto tecnico di partenza. Palladino, inoltre, si sta facendo la nomea di un tecnico specializzato in reazioni, al punto da sfinire evidentemente giocatori e dirigenti al punto da non strappare mai un rinnovo. Ma per lavorare alla “Antonio Conte” il tempo ce l’ha tutto.
La sterilità offensiva del Lecce è rimasta come eredità dallo scorso anno, ma a ben guardare è relativa ai soli terminali d’attacco, che siano Geubbels o soprattutto Stulic e in attesa di spazio vitale per Esteban. Perché in realtà la fase offensiva sembra essere l’aspetto più positivo del DiFra 2.0, soprattutto quando i tre centrocampisti tecnici dimostrano di poter impostare senza perdere palloni sanguinosi. Circostanza che abbiamo visto solo per 60 minuti e tutti contro il Monza. Se il Milan era un banco di prova impossibile, si deve lavorare comunque in quella direzione.
Il crollo delle certezze in difesa
Sarebbe stato meraviglioso poter innestare questa riflessione sull’analisi di una fase difensiva simile a quella dello scorso anno. Nella stagione 2025-2026 i giallorossi hanno avuto un impianto difensivo granitico, non sono stati solo fortunati con l’ennesimo suicidio di una concorrente per la salvezza come la Cremonese, che si è fatta rimontare 12 punti dal Lecce. Quella rimonta è avvenuta con la concentrazione del trio dei centrali, Gaspar prima, ma un decisivo Siebert e soprattutto un monumentale Gabriel poi.
E dalla compattezza di un vigoroso e ubbidiente Ramadani, che insieme a Ngom e a volte in concorso con Coulibaly formavano un centrocampo basso compatto, diligente, muscolare e tendenzialmente difficile da superare, pronto a mettere una pezza agli errori dei laterali e autoalimentando voglia e consapevolezza delle proprie possibilità.
Il fantasma di Del Rosso

La vulgata popolare è semplice: a dare un indirizzo di quel tipo alla squadra ha concorso senz’altro il vice di Di Francesco, Fabrizio Del Rosso, specialista della fase difensiva. Il tecnico, però, era stato scelto dalla società e rappresentava un gradito ritorno.
L’arrivo di Di Francesco, che in questo ruolo ha sempre usufruito del compagno d’arme Giampiero Pinzi, deve aver innestato un triangolo che avrà senz’altro funestato la difficile stagione del tecnico abruzzese. Non è difficile dunque pensare che tra le garanzie per la sua permanenza, Di Francesco abbia chiesto di poter collaborare con persone con cui c’è più affiatamento.
Il downgrade subito dal reparto arretrato della squadra, nonostante le conferme in blocco e l’arrivo di un sostituto affidabile come Dembelè, però, fanno aleggiare ancora lo spirito di Del Rosso – a libro paga del Lecce per il suo secondo anno di contratto – questa volta come unico sostituto possibile nel caso di naufragio del progetto DiFra.
L’idillio tra Sticchi Damiani e Di Francesco, dunque, deve riprendere dalla capacità della squadra di convincere e convincersi di essere almeno vagamente pericolosi e sicuramente concentrati e – come piace dire a Eusebio – «sempre in partita».
Chissà che non arrivino novità societarie, ma anche amichevoli importanti, a corroborare questa idea.
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