Nel suo nuovo libro, «Guerra e clima», la giornalista segue le ferite che i conflitti lasciano a suolo, acqua e clima, e le persone che le documentano per chiedere giustizia.

Ogni generazione ha la sua immagine di un disastro ambientale impressa nella memoria. Gli anni Ottanta hanno Chernobyl. I Novanta hanno il cormorano intriso di petrolio della guerra del Golfo, una foto diffusa per scuotere le coscienze e scattata in realtà in un’altra occasione, mentre i pozzi in fiamme del Kuwait erano fin troppo reali. I Settanta, e i cinefili di qualsiasi età, ricordano l’incipit di «Apocalypse Now»: la giungla vietnamita che brucia sotto il napalm, sulle note di «This is the end» dei Doors.

«Ecocidio»: una parola nata con il conflitto in Vietnam
In quella guerra l’esercito statunitense riversò sulle foreste decine di milioni di litri di defolianti, primo fra tutti l’agente arancio, per togliere al nemico riparo e cibo. Fu allora, nel 1970, che il biologo Arthur Galston coniò la parola ecocidio per descrivere la distruzione deliberata di un ecosistema. Oggi il termine indica un danno grave all’ambiente, esteso o duraturo, commesso nella consapevolezza delle sue conseguenze. Una coalizione di Stati (Samoa, Fiji e Vanuatu, a cui si è poi aggiunta la Repubblica Democratica del Congo) chiedono di inserirlo nello Statuto di Roma come quinto crimine internazionale, accanto a genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e aggressione.

Da Verdun a Gaza
Su questo terreno si muove «Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra» (240 pp, Il Saggiatore, 18 euro), il nuovo libro di Stefania Divertito, che prosegue il lavoro di «Uccidere la natura» (2025) e lo concentra sui conflitti armati. Il volume è diviso in quattro parti, memoria, numeri, giustizia e resistenza, e attraversa epoche e continenti. Parte dalla piana di Verdun, dove il suolo conserva arsenico e perclorato a oltre un secolo dalla Grande guerra, e arriva a Gaza, dove secondo la Fao il 98,5 per cento delle terre agricole è distrutto o improduttivo. In mezzo ci sono la diga di Kakhovka in Ucraina, la pioggia nera caduta su Teheran nel marzo 2026 e i parchi giochi di Sarajevo, dove nel 2016 la ricercatrice Aida Šapčanin ha trovato metalli pesanti e uranio impoverito a vent’anni dalla fine della guerra. C’è anche l’Italia, con la Sardegna dei poligoni di Quirra e Teulada, dove secondo la commissione parlamentare d’inchiesta si spara circa l’80 per cento delle munizioni usate nel Paese.

La terra conserva la memoria del disastro
La tesi che regge il libro viene dai pedologi Giacomo Certini e Riccardo Scalenghe: il suolo conserva la memoria di un impatto più a lungo di ogni altra matrice ambientale. Una guerra si chiude con un trattato, il danno passa alle generazioni successive. C’è poi la questione climatica. Se le forze armate del mondo fossero uno Stato, sarebbero il quarto emettitore globale di CO₂, con circa il 5,5 per cento delle emissioni, eppure restano fuori dai conteggi ufficiali dal 1997. Da qui la proposta che chiude il libro, il «disarmo climatico».
Chi è Stefania Divertito
Nata a Napoli nel 1975, Stefania Divertito è giornalista d’inchiesta specializzata in tematiche ambientali. Nel 2005 è stata premiata come «cronista dell’anno» per l’inchiesta sull’uranio impoverito. Nel 2013 ha vinto il premio Pasolini per il lavoro sull’amianto e nel 2022 il premio Eternot di Casale Monferrato. È stata portavoce del ministro dell’Ambiente Sergio Costa e capo ufficio stampa del ministero nei governi Conte I, Conte II e Draghi. Tra i suoi libri ci sono «Uranio. Il nemico invisibile», «Toghe verdi», «Una spiaggia troppo bianca» e «Uccidere la natura». Scrive di ambiente ed energia per Renewable Matter.
Un’internazionale della resistenza
Il libro ruota attorno all’eredità ecologica della guerra, un tema che lei segue da sempre. Che cosa ti ha spinta a dedicargli un libro intero?
«Mi occupo di uranio impoverito dal 2000, e ho sempre guardato ai danni delle guerre con al centro la vita delle persone, dei soldati. Con “Uccidere la natura” ho spostato il baricentro sugli ecosistemi. Già lì c’era un capitolo su come l’Ucraina documenta i danni ambientali della guerra per chiedere un risarcimento: una domanda di giustizia, un tema che mi è rimasto dentro. Poi ho conosciuto Anna Berti Suman, avvocata e ricercatrice all’Università di Padova, che mi aveva contattata proprio dopo aver letto quel libro. Mi ha raccontato il suo lavoro di coordinamento di sentinelle che in tutto il mondo raccolgono dati sui danni ambientali dei conflitti armati. Volevo farle un’intervista e ho capito che serviva un lavoro più lungo. Il racconto dei danni era il punto di partenza, ma io volevo guardare avanti: che cosa può fare il genere umano in questo periodo infame, immerso in guerre, in un linguaggio bellico, in un’economia di guerra? Come possiamo dire il nostro no alla guerra e alla distruzione dell’ambiente? Ho scelto di farlo raccontando queste persone, che per me sono una sorta di internazionale della resistenza per l’ambiente. Sono volontarie e volontari in Sudan, in Afghanistan, in Ciad, in Iraq, in Iran. Oggi c’è una guerra in più di cinquanta Paesi: l’umanità vive il numero più alto di conflitti contemporanei della sua storia».

Ricordare com’erano i luoghi
È un lavoro durissimo: servono prove con valore legale, raccolte nel tempo, spesso mentre gli eventi sono ancora in corso. Come funziona?
«Penso a queste persone che vivono su un fronte di guerra. Devono mettere in salvo se stesse e la propria famiglia e intanto, magari mentre scappano da un drone armato, si voltano per fotografare un fiume inquinato, un ponte caduto, una mina antiuomo. Sono l’unico ricordo che abbiamo di com’era quel luogo. La prima cosa che fa la guerra quando arriva è distruggere, e così cancella anche la memoria di un posto. Loro invece dicono: questo ponte era in piedi, questa foresta era viva. Le loro immagini vengono confrontate con quelle satellitari, e a volte raccolgono campioni di terra e acqua da mandare ai laboratori. In Ucraina il lavoro dal basso è coordinato dal governo, che ha istituito una procura specializzata nei danni ambientali da guerra, guidata da un procuratore capo che ha meno di quarant’anni. Lui ha costruito un’architettura giuridica per raccogliere le prove, anche attraverso un’app governativa dove i cittadini si registrano con l’equivalente del nostro Spid e caricano il materiale».

E altrove?
«L’Ucraina è un caso unico. Negli altri Paesi la raccolta avviene dal basso, sostenuta da progetti europei e Ong. Anna Berti Suman lavora con Doug Weir del Ceobs, l’osservatorio sui danni ambientali dei conflitti armati. Coordinano civili che vivono a Gaza, in Iran, in Bolivia, in Colombia, in Sudan, ovunque ci sia un conflitto interno o esterno, e stanno costruendo il più grande database sull’impatto ambientale delle guerre. È un modo per dire: questo luogo era diverso, ve lo raccontiamo noi se avete perso la memoria, e così deve tornare a essere».
Dal registro dei danni ai tribunali
Dove approda tutto questo materiale?
«In Ucraina le prove alimentano il registro dei danni dell’aggressione russa istituito dal Consiglio d’Europa. Su quella base una commissione internazionale calcolerà il risarcimento, perché prima o poi anche quella guerra arriverà a un tavolo di negoziato e quel numero conterà. Quando ho chiuso il libro, nel registro mancavano due categorie, i danni all’ambiente e le emissioni causate dalla guerra. Il 30 settembre sono state aperte, quindi adesso il processo è ufficialmente partito. Più in generale, lo sbocco naturale di questo lavoro è il tribunale. Si sta formando un’architettura giuridica fatta di varie risoluzioni delle Nazioni Unite. L’ultima è del 22 maggio 2026 e stabilisce che gli Stati sono responsabili, sul piano penale e civile, delle azioni che favoriscono i cambiamenti climatici e anche dell’inerzia nel contrastarli, perché il diritto a un clima sano equivale al diritto alla salute. Se guardiamo il disegno completo, l’ONU fissa principi che equivalgono a un invito a fare causa. Le climate litigation esistono già e hanno prodotto sentenze clamorose. Io ci vedo un grande percorso di attivazione dal basso per chiedere giustizia in tempo di guerra».
L’esenzione degli eserciti
Intanto gli Stati Uniti stanno colpendo l’intera cultura giuridica internazionale costruita negli ultimi ottant’anni. Questi principi sono a rischio?
«Gli Stati Uniti hanno sempre agito così. Nel 1997, durante i lavori sul protocollo di Kyoto, avevano un unico obiettivo e lo hanno raggiunto: esentare gli eserciti dalla contabilità delle emissioni. Concessero un taglio del 7 per cento delle emissioni nazionali e tutti festeggiarono. A Washington quel 7 per cento interessava pochissimo: il vero obiettivo della sua diplomazia climatica era quell’enorme esenzione, valida per gli eserciti di tutto il mondo. Nel 2015 gli accordi di Parigi hanno stabilito che gli eserciti dovrebbero rendicontare come ogni altra industria, ma solo su base volontaria, e così nessuno l’ha fatto. Gli Stati Uniti, intanto, Kyoto non l’hanno mai ratificato e da Parigi sono usciti. Il CEOBS, insieme a Ecoaction e ad altre associazioni, è comunque riuscito a calcolare queste emissioni con grande precisione».
Si può guarire?
Arriviamo al capitolo finale. Si può guarire?
«Dietro questa domanda ci sono più risposte. Premessa: le guerre continuano a fare danni anche quando sono finite, come dimostrano i parchi giochi di Sarajevo. Esiste una guarigione che riguarda la cicatrice dei territori. In Ucraina la diga di Kakhovka è stata minata e fatta saltare, e l’acqua del bacino ha invaso comuni e vallate. Sul fondo c’erano i fanghi che l’industria metallurgica sovietica aveva riversato per decenni, e nessuno lo sapeva. Su quella melma è nata una boscaglia spontanea che con le radici assorbe gli inquinanti, preservando le foglie. È un modo in cui la natura ripara alcune sue ferite con una cicatrice, e lo stesso tipo di bonifica è stato studiato e applicato nella Terra dei fuochi. In molti altri territori la riparazione è difficilissima e possibile solo dopo decenni.
Poi c’è un concetto di riparazione a cui sono molto affezionata: la richiesta di giustizia. I popoli che possono chiedere giustizia per i danni subiti vivono una forma di riparazione. Il percorso passa dalle prove raccolte dai civili, dagli avvocati che imbastiscono i processi, dalle manifestazioni per la pace in Occidente. A Gaza la devastazione la racconta un museo, e ci sono docenti che raccolgono i semi delle piante estirpate dai coloni israeliani per ripiantarle e riavere quelle colture. Ogni guerra ha il suo modo di reagire, e l’approvazione del reato di ecocidio è un’altra strada per ottenere giustizia.
Forme di riparazione
«Penso soprattutto alle forme di riparazione che coinvolgono anche chi, come noi, vive lontano dalla guerra e ne fa comunque parte: con le nostre industrie, con la Sardegna dove le guerre si esercitano prima di essere combattute, con un governo che foraggia quel sistema, con un’Europa che destina somme enormi al riarmo. Siamo complici. Possiamo contribuire con i nostri saperi: l’Università di Padova lavora molto con quella di Gaza. Benjamin Neimark, in Inghilterra, ha costruito un modello per calcolare il danno in Iran e utilizzarlo nei procedimenti penali. Lennard de Klerk, ingegnere olandese che vive a Padova, prima della guerra calcolava l’impronta ecologica delle industrie. Dopo l’invasione ha capito che quel metodo poteva servire al governo ucraino e oggi lavora con Kiev per calcolare le emissioni del conflitto. Ognuno sta facendo qualcosa. Noi possiamo scendere in piazza per chiedere la fine delle guerre e votare con attenzione, perché il no al riarmo e una spinta pacifista entrino nei programmi dei partiti. Ogni tessera di questo puzzle, tutte insieme, sono la riparazione di cui il pianeta ha bisogno».
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